ACQUA ALTA # 3 : 2010
ITALIAN INSTITUTE OF CULTURE. MELBOURNE
Acqua Alta # 3, the third in a series of site-specific installations comprising The Acqua Alta Project: 2006-2010. [view entire project here]; included 35 cast resin fixing rings, 650m of rope, a suite of 8 paired photographic works, 3 videos, sculptural elements, reconfigured found furniture, mirrors and coloured lights.
FCO-MEL UNSPOOLING
Dr. Stefania Manna
English Version
[Read the Italian version below]

I first encountered Andrew Hazewinkel, out of scale and out of time on the imposing stairs of a weighty edifice in Rome.

Climbing the majestic stair of British School at Rome (Edwin Lutyens, 1912), to the front door of an impenetrable neoclassical mass, we moved through a façade which asserts and replays the weight of history in all its gravity. This sense of solidity and overwhelming permanence, was suddenly fractured by a series of fine coloured lines, ropes, which wound around the columns and traversed the pronao, turning them into a gigantic reel of thread, a playful if not irreverent gesture, and the beginning of an unspooling discourse.

The work comprising The Acqua Alta Project # 1. Rome 2006, discusses the topic of a contra-position between fields of permanent force and temporary conditions, describing the fertile moment of their transition.

Crossing the threshold of this heavy edifice, I experienced an unwinding as I moved through the inner architectural space, along a constellation drawn in brightly coloured line, contaminating function as it traversed rooms whose original use were refectory, passageways, stairwells and galleries, usually inaccessible to the visitor’s way.

Then like now, THE ACQUA ALTA PROJECT # 3:IIC Melbourne: 2009 installation, induces a disturbing proceeding through an ethereal network of connections, to an experience of the immobility of the architectural, now interrupted by the articulation of immaterial trajectories. It pushes into a dynamic exploration of a void, which is improbable in the everyday life of a building. Expressing a void now striated with bright lines, the crystallized vectors of a stilled storm of thought.

Tensile thoughts outline a structure describing relationships with the surroundings, in which you can reread a social role of art. Through a symbolic act of re-appropriation, a re experience of space, Andrews work gives back the consciousness of ourselves as creators of our own habitat, which has been progressively eroded. An individual sense of responsibility emerges, tying itself into our consciousness. Flooded by fears, hopes and desires we no longer trust the fact that we shape the ephemeral frameworks and systems of our societies.

It is not by chance that the anchor points of this interference between the subject and object of this work, have been rematerialized; fragile in their inconsistent resinous transparency, they sit largely in contra-position with the reassuring memory of the heavy iron riverbank mooring rings from which their form is sourced.

Reinventing the materiality of these holding points creates uncertainty, disorienting doubts, while the imagination perceives an inability, an impossibility of disentanglement. Reliable points of reference are inverted, unspooling a compromised relationship with a future, immediately present.

The IIC presents a series of rooms, functionally evolutionary; a strange blending of domestic and institutional space.Andrew’s lines traverse these spaces in multiple directions, sometimes attaching themselves to  objects whose daily function in ‘the present’  has been reworked through studio time:  found objects are reconfigured, reshaping  their original function, becoming new hybridised objects, hovering between functions, suspended in familiar space1.

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FCO-MEL UNSPOOLING
Dr. Stefania Manna
Itallion Version 
[Read the Engligh version Above]

Ho incontrato Andrew Hazewinkel, sull’imponente ingresso di un grande edificio a Roma fuori scala e fuori tempo.

Salendo la maestosa gradinata dell’Accademia Britannica (Edwin Lutyens, 1912), l’impenetrabile massa costruita della facciata neoclassica mostrava, in tutta la sua gravità, il peso della storia. Questo senso di solidità e di schiacciante permanenza era improvvisamente interrotto da una serie di linee colorate, di funi, che si avvolgevano intorno alle colonne del pronao, trasformate così in giganteschi rocchetti di filo, per il piacere di un atto scherzoso, se non irriverente, che si rivelava il principio dello svolgimento di un discorso.

L’opera che comprende The Acqua Alta Project # 1 : Agua Mundi. Rome 2006, lavora sul tema della contrapposizione tra campi di forze permanenti e condizioni temporanee, cogliendo il momento fertile della loro transizione.

Varcando la soglia di quel possente edificio, il movimento all’interno degli ambienti si dipanava seguendo una costellazione di cavi variopinti, che contaminava stanze, come mensa, corridoi, scale o gallerie, impropriamente accessibili al percorso del visitatore.

Allora come ora, l’istallazione THE ACQUA ALTA PROJECT # 3:IIC Melbourne 2009 induce all’avanzare disturbato attraverso una rete eterea di connessioni, all’esperienza dello spazio immobile dell’architettura frammentato dall’articolarsi di traiettorie immateriali. Essa spinge verso l’esplorazione dinamica di un vuoto impraticabile nel quotidiano: un vuoto striato da linee vivaci, vettori cristallizzati di una silenziosa tempesta di pensieri.

Pensieri in tensione, che delineano una struttura di relazione con l’ambiente, entro la quale rileggere il ruolo sociale dell’arte. Attraverso un gesto simbolico di riappropriazione, di rivisitazione dello spazio, il lavoro di Andrew restituisce quella coscienza, progressivamente persa, del proprio ruolo di creatori dell’ambiente. E alla coscienza è legato un senso di responsabilità individuale: inondati di paure, speranze e desideri non siamo più capaci di credere nel fatto di essere noi stessi a modellare le strutture ed i sistemi labili delle nostre società.

Non a caso i punti di ancoraggio delle interferenze tra soggetto e oggetto di quest’opera sono smaterializzati, delicati nella loro inconsistente resinosa trasparenza, vistosamente in contrapposizione con la rassicurante memoria dei pesanti anelli di ormeggio in ferro del lungofiume, dai quali mutuano la propria forma.

Reinventare la materialità di questi punti fissi genera incertezza, dubbio che disorienta, nella reale percezione dell’incapacità, dell’impossibilità dell’immaginazione di districare, di spiegare. I punti saldi di riferimento sembrano invertirsi, dipanando le compromesse relazioni con un futuro così prossimo da divenire istantaneamente presente.

Il lavoro IIC presenta una serie di ambienti, funzionalmente evolutivi: una strana contaminazione di spazio domestico ed istituzionale. Le cime tese di Andrew percorrono questi spazi in direzioni multiple e catturano oggetti, la cui quotidianità nel presente è stata manipolata in studio: oggetti trovati vengono riconfigurati, rimodellati nel loro uso originario, trasformati in nuovi oggetti ibridati, dalla funzionalità indefinita, sospesi in spazi familiari1.

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